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domenica 30 novembre 2014

Episodio 13 : SUPERGESU' - Sabaoth Kids

Ragazzi miei, lasciatevelo dire, la musica brutta è davvero in ogni dove. Lei ti conosce meglio di chiunque altro, sfrutta le tue debolezze, si annida nei tuoi timpani ed è sempre pronta a rimbalzarti nella testa come una pallina da ping pong. C'è gente che crede di poterLe sfuggire: compra solo cd di Bob Dylan o Cat Stevens o Frank Sinatra, si sintonizza solo su Virgin Radio, nei negozi di articoli musicali evita tutti i reparti che non siano CLASSICA o JAZZ, disdegna i talent show canori, ha disinnescato gli ordigni nostalgici di Radio Italia Solo Musica Italiana o di tutti quei "The best of" seguiti da una decade a caso di cui sono pieni gli autogrill, evita persino di guardare le serie tv italiane perché di punto in bianco potrebbe spuntare una canzone romantica di Baglioni o Masini. Ragazzi miei...ci sono passata anch'io, ho cercato di seguire il protocollo di sicurezza...e non è servito a niente. Lei è ovunque, sa dove trovarti e sa come non lasciarti più. A volte si serve di mezzucci meschini: ritmo martellante, tematiche importanti, messaggi edificanti, vocine di adorabili bimbetti... tutto questo e molto di più lo troveremo nella canzone che vi propongo oggi.


Si tratta di "Super Gesù", un brano scritto nel 2013 da Franco Muggeo e Andrea Mercurio, in arte Sabaoth Kids e che vuole aiutare la generazione dei più piccoli ad approcciare alla gioiosa presenza di Gesù nelle loro vite. Non dico altro. Ascoltiamola:


Franco Muggeo e Andrea Mercurio
Franco Muggeo e Andrea Mercurio

Non capisco perché
Se ho bisogno di una mano
Non c'è mai Superman
E Batman è troppo lontano
Non mi sente, che strazio
Il robot del mio disegno
Se ne sta nel suo spazio
Coi Gormiti ha un altro impegno

E' un mondo difficile diceva Tonino Carotone, ed aveva ragione: non si sa più a che santo votarsi o a che supereroe. Superman è scomparso...forse qualcuno lo ha fatto fuori come successe al suo collega Spiderman qualche anno fa, sarà stata colpa della mala, della pubblicità, delle industrie di caffè...chissà. Batman è sempre lontano...ed in effetti non c'è neanche uno straccio di volo rayanair che colleghi Gotham city con qualche capitale europea, per non parlare di Robot e Gormiti che tra social network e rimpatriate varie a cui presenziare non hanno un attimo di tempo per risolvere i problemi dell'Umanità.

Perché questi finti eroi
Stanno solo nella TV
Ma il più grande è in mezzo a noi
Prega e arriva Super Gesù

Ecco svelato il trucco, cari bambini: questi personaggi in abiti colorati e attillati non sono dei veri eroi, sono solo dei finti idoli inventati dai fumettisti e dagli sceneggiatori per poter far sì che le vostre mamme impazziscano quando chiedete piangendo di mangiare solo con il cyber-cucchiaio di  Tizio o di bere solo nel mega-biberon di Caio o quando iniziate a fare delle scenate isteriche perché il vostro compagno ha lo zainetto ultra-spaziale di Sempronio mentre a voi è stato rifilato un banalissimo zainetto senza neanche un puntatore laser. Non fidatevi del becero consumismo: l'unico vero eroe è Super Gesù, quindi ora potrete ricominciare i vostri capricci su basi più serie: potreste, ad esempio, piangere a squarciagola finché vostra madre non vi darà il permesso di dormire insieme ad un asino e ad un bue.

Super Gesù pensaci Tu
Tu che puoi tutto in un secondo
Super Gesù pensaci Tu
A salvare questo mondo
Non ha più scampo il nemico
Con Gesù il mio grande amico
Ha già distrutto il cattivo
È imbattibile, è vivo

Bambini, dimenticate tutte quelle questioni del amare i propri nemici e del porgere l'altra guancia, ormai è acqua passata: ora ci pensa Super Gesù ai nemici e ai cattivi.  Se i vostri nemici sono astemi il vostro eroe trasformerà le loro bottiglie di minerale in decanter di Montepulciano, può resuscitare gli zombie, può farvi moltiplicare i panini col tonno quando a ricreazione avete ancora fame e può fare ancora molto, molto altro.

Non capisco come mai
Ce li ho sempre qui tra i piedi
Ma quando sono in mezzo ai guai
I Power Rangers non li vedi
E se cerco le fate
Quelle Winx hanno potere
Ma son sempre occupate
Con il trucco o il parrucchiere

Ragazzi chi l'avrebbe mai detto. Cos'hanno in comune i Power Rangers, le biro e le forcine per capelli? Il fatto di scomparire sempre nel momento del bisogno. Tsk...e pensare che me li ricordavo abbastanza appariscenti e sgargianti! Per non parlare delle Winx: non ci sono più le fate di una volta, quelle con i capelli turchini e con le zollette di zucchero a portata di mano per convincerti a mandar giù la medicina. Ormai anche loro sono schiave degli stereotipi offerti dei media e passano le giornate a farsi belle. Ed è già tanto se non le ritroviamo in qualche puntata di Uomini e Donne.


Gesù aiutami (preghiera potente)
Gesù mi salverà (fede spaziale)
Quello è troppo cattivo (abbraccio d'amore)
Mi sento un po' in colpa (perdono totale)

Questa strofa è un piccolo gioiello del trash. E' così bella che ogni mia spiegazione sarebbe inutile e persino fuori luogo. Fossi in voi mi limiterei a ridere copiosamente ascoltando l'elenco dei super poteri pronunciato da una voce minacciosa. Io mi ritiro ad espiare le mie colpe....anche se confido nel PERDONO TOTALE!


martedì 4 marzo 2014

Episodio 1: CHE BRUTTO AFFARE - JO CHIARELLO

L'idea di questo Blog è quello di creare una piccola biblioteca di perle musicali.
Ogni settimana posterò una canzone brutta. Dopo averla ascoltata insieme leggeremo il testo che tenterò di analizzare nei suoi aspetti retorici e di significato.



La canzone con cui voglio partire è una canzone alla quale - e i miei amici lo sanno bene - sono molto legata, si tratta di CHE BRUTTO AFFARE, canzone presentata nel Sanremo 1981 da una giovanissima (e decisamente non scaramantica) Jo Chiarello, raggiante nel suo abito viola.


Il testo, scritto nientepopo'dimenoche da Franco Califano con l'aiuto di Angelo Varano, sembra , fin dalle prime battute, voler aspirare alla più alte vette del trash. Ma leggiamolo:

 Che brutto affare,
ti amavo di un amore nucleare
ed ascoltavo senza contestare
le palle che sapevi raccontare,
io ti consideravo un superman
ma non sei neanche un man, sce-mo,
non sei nemmeno la metà di un man.

Fin dalla prime parole notiamo il carattere profondo del testo: il verbo all'imperfetto ci fa capire che l'amore è ormai finito mentre l'aggettivo nucleare è un chiaro segnale dell'introspezione e dell'intimità di questo sentimento. La donna si fidava ciecamente del suo amato ma questa fiducia era malriposta, l'idealizzazione dell'amante porterà infatti ad una cocente delusione. Notiamo l'aggettivo scemo alla fine di un verso ipermetro, a voler enfatizzare questa particolare caratteristica dell'uomo che straripa e fluisce oltre il testo. L'aggettivo rappresenta, infatti, il punto centrale della delusione amorosa, insieme al binomio superman / man che può richiamare alla mente un uomo in slippini rossi e calzamaglia blu ma anche - addirittura - Nietzsche, d'Annunzio o Freud.

 Che brutto affare
l'aver sbagliato in pieno a valutare,
sei uno scoppiato da dimenticare,
pensavi fossi un'oca da spennare
piuttosto il pollo l'ho pelato io,
ci son caduta un po', sce-mo
ma adesso il gioco lo comando io.

La seconda strofa aggrava il motivo della fiducia tradita perché la donna qui definisce il suo amato come un fraudolento: ha tentato di ingannarla (voleva spennarla) e questo lo rende non solo un traditore, ma, nello specifico, un traditore-verso-chi-si fida - Dante l'avrebbe quindi fatto ghiacciare nel Cocito- ma, fortunatamente, la donna riesce a capire per tempo l'inganno e capovolge la situazione. Come effetti retorici notiamo sicuramente l'allitterazione del suono p presente in tutta la strofa. Insistenza fonica che potrebbe voler sottolineare il tono di scherno della donna.

 Che brutto affare,
non m'hai insegnato neanche a far l'amore,
capisco adesso che non ci sai fare,
parlavi bene e razzolavi male. 
Io ti consideravo un superman
ma non sei neanche un man, sce-mo,
non sei nemmeno la metà di un man. 

E' palese che come rincaro alla sua invettiva, la donna voglia ledere il maschio in ciò che egli ha di più caro: la sua virilità. Dalla citazione proverbiale intuiamo che l'uomo in questione amava vantarsi - ingiustificatamente, pare - delle sue prestazioni. Notiamo qui le rime imperfette affare/amore e fare/male che rappresentano un'eccezione in relazione alle altre strofe (tutte monorime in -are). Probabilmente l'autore vuole in questo modo farci cogliere lo scarto ineliminabile che esiste tra il bisogno d'amore (e la sua idealizzazione) e la dura realtà che ci mette di fronte ad esperienze demotivanti.