lunedì 8 agosto 2016

EPISODIO 18 - E CHI SE NE FREGA - Marco Masini

Alla fine dell'episodio speciale sulle cover italiane imbarazzanti di brani internazionali, ho constatato che tutti hanno sentito la mancanza di un brano in particolare. Il brano in questione io l'avevo menzionato in una sorta di Antinferno della classifica vera e propria e questo perché avevo dato per scontato che nessuno di voi avrebbe voluto nuovamente imbattersi in questo pezzo....e invece no: tutti a dirmi che in fondo un posticino se lo meritava, che non ho voluto dedicargli una posizione perché avevo paura della sfiga ecc ecc. Beh, ricordatevi che io ho cercato di avvertirvi e di evitarvi questa agonia, ma che -d'altra parte- non mi sono mai arresa di fronte a nulla. Detto ciò, se segnalare canzoni brutte è un compito abbastanza facile io ho aperto questo blog per lanciarmi in una sfida assai più ardua: tentare di analizzarle e comprenderle, è uno sporco lavoro e non è assolutamente detto che qualcuno debba farlo, ma CHI SE NE FREGA.


E chi se ne frega è una cover dell'arcinoto brano dei Metallica: Nothing else matters: tanto amato da almeno tre generazioni di chitarristi alle prime anni per via di quell'intro che poteva essere suonato prima ancora di imparare gli accordi. Questo brano viene incluso in uno dei dischi meno fortunati di Marco Masini: Uscita di sicurezza, pubblicato nel 2001 e, sebbene abbia rovinato la vita a Masini, è opera nientepopo'dimenoche di Giancarlo Bigazzi. Molti miei coetanei potrebbero non provare particolari emozioni al leggere cotanto nome e questo perché, purtroppo, noi italiani non abbiamo memoria storica e non tributiamo abbastanza onori a chi li merita. A Bigazzi dobbiamo una grandissima fetta della musica italiana: non solo ha fatto parte degli Squallor, gruppo che - spero- non ha bisogno di presentazioni e commenti, ma ha anche collaborato alla stesura di testi cardine della storia della canzone nel nostro Paese. Citiamo en passant titoli immortali quali: Luglio, Lisa dagli occhi blu, Rose Rosse, Ti amo,  Montagne Verdi, Erba di casa mia, Gloria, Non amarmi, Gli uomini non cambiano...insomma se vi viene in mente una canzone italiana di un certo successo, molto probabilmente c'è lo zampino di Bigazzi. Beh questo era solo per dire che nel mondo delle canzoni brutte bisogna sempre stare sul chi va là, perché non ci si può fidare proprio di nessuno. Ma bando alle ciance. Eccola:


Lo so che il tempo lo sa
che siamo nascosti qua
in fuga dalla realtà
ma chi se ne frega.

La strofa è tenuta insieme dalla rima tronca in a e dall'uguaglianza sillabica dei primi tre versi. Il senso è ancora chiaro: l'autore è in compagnia di qualcun altro e i due cercano un rifugio, un'evasione della realtà. Sono, però, consapevoli che prima o poi il tempo (il mondo reale che obbedisce alle leggi della logica e del fluire del tempo) impedirà la loro fuga.

L'iguana dei passi tuoi
il tuo inguine di viva orchidea
dove annegano gli occhi miei
e il tempo si ambigua.

Venendo meno la rima (è molto debole perché richiamata in modo alternato solo dalle vocali finali), la strofa ha bisogno di un suono allitterante per tenersi insieme e l'autore opta per la G gutturale, obbligandosi ad utilizzare termini come iguana/inguine/annegano/ambigua. Ma questi termini sono lì a caso? Solo per discutibili ragioni stilistiche? A primo impatto sembrerebbe di si. Tuttavia potremmo fare uno sforzo interpretativo e leggere queste frasi riallacciandole alle descrizioni che nell'alta poesia si fanno della donna amata: non è inusuale che la tradizione poetica accosti alle figure femminili immagini animalesche (un esempio su tutti: A mia moglie, Saba) o vegetali (basti citare La pioggia nel pineto, D'Annunzio). Questo perché la donna rappresenta per molti poeti un simbolo della natura,  sia nel suo aspetto materno e rassicurante, sia in quello erotico e selvaggio. Ciò non toglie che quel tempo che si ambigua (lo stesso tempo che nella strofa precedente lo sapeva) continua a lasciarmi perplessa, ma forse è una speranza: se riuscissimo ad ingannare il tempo, potremmo restare fuori dal mondo.

 Io da qui non mi muovo più
abbracciato a una croce, tu
mentre il sole riallaga il blu
e chi se ne frega

Questa strofa (rima baciata in u accentata) confermerebbe l'interpretazione di quella precedente, ribadendo il concetto: le donna amata potrebbe rappresentare per il poeta l'unica strada percorribile per restare in questo limbo di irrealtà nonostante il sopraggiungere dell'alba (il sole riallaga il blu).

Voglio quello che vuoi tu
voglio il tempo che non ho
e l'avrò

Il tempo è l'elemento ricorrente del brano: prima rappresenta il problema da cui scappare, l'ostacolo da superare...per poi accorgersi che se ne ha bisogno ma che ci vuole più coraggio a cambiare la realtà che a sfuggirla.
il tempo ai cani e la polizia
spara ansia e dietrologia
fà che insegua la nostra scia
e chi se ne frega

L'immagine del tempo che rincorre assume maggiore concretezza: ora è rappresentato come una squadra di polizia con tanto di segugi, pronti a chiedersi il perché del loro sconsiderato gesto di fuga, ma senza capirlo veramente (ansia e dietrologia). Ma i due non sembrano preoccuparsene troppo.

Io da qui non mi muovo più
neanche se te ne andassi tu
su quest'erba che guarda in su
e sembra che prega.
Voglio quello che vuoi tu
voglio quello che vorrai
voglio vivere di più
voglio il tempo che non ho 
e l'avrò

Ora...io ci metto tutta la buona volontà: ci provo a prendere un testo che parla di iguane, orchidee e cani poliziotto e a renderlo credibile come testo poetico, ci provo a dare un senso alle simbologie oniriche, a contestualizzare i deliri da LSD di un paroliere che segue i metodi di lavoro di uno sceneggiatore de I Griffin, io ce la metto davvero tutta. Poi arriva un prega al posto di un preghi e vedi con lampante chiarezza l'assoluta vanità di tutti i tuoi sforzi. Forse è tutto un equivoco: forse quello da cui il poeta sta scappando me di cui ha bisogno non è un tempo, ma un modo: il CONGIUNTIVO!




domenica 12 giugno 2016

EPISODIO SPECIALE (2a PARTE) - COVER IMBARAZZANTI

Per festeggiare il superamento delle 10000 visualizzazioni ottenute dal mio blog, eccovi la vetta della classifica delle cover italiane più imbarazzanti della musica internazionale. L'episodio della scorsa settimana ha suscitato non poche perplessità...ma ora bisogna davvero fortificare gli stomaci. 
ATTENZIONE: l'autrice della seguente classifica non ha alcuna responsabilità penale circa gli effetti della lettura. In caso di crisi epilettiche sospendete immediatamente l'ascolto e contattate il vostro medico di fiducia.

5) MINO REITANO - DOLCE ANGELO

Un dolcissimo Mino Reitano reinterpreta la canzone-manifesto dei The Rubettes: Sugar Baby Love. Ad essere sinceri la versione di Reitano fa sorridere ma non è esattamente ridicola, però in questa classifica ho eletto questa versione di Mino a baluardo di tutti quei motivetti che erano accattivanti e giovanili nelle versioni anglo-americane e che in Italia diventano un tripudio di "uacciuuariuari", senza riuscire a rinunciare alle melodie tradizionali e alle voci rassicuranti. 



FRASE CULT: uacciuuariuari

4) GATTO PANCERI - ALLA PROSSIMA

Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 sono nata io e una bellissima canzone dei The Cure: Lullaby, che raccoglie influssi rock, venature punk, aggressività elettrica e poesia gotico-grottesca. Tutte cose che ritroviamo nella versione di Gatto Panceri. Devo essere sincera: la canzone di Panceri non è orribile in sé...ma se pensiamo alla canzone e alle atmosfere che l'hanno ispirata, direi che la quarta posizione se la merita tutta.  


FRASE CULT: Alla prossima menata che mi fai, ormai lo sai, non ci casco più.


3) CRISTIANO MALGIOGLIO - TOGLIMI IL RESPIRO

Era il 1986 quando uscì nelle sale Top Gun, e mentre gli uomini si innamoravano degli occhiali a goccia e le donne si innamoravano di Tom Cruise, Malgioglio si innamorava di Take my breath away, colonna sonora del film firmata dai Berlin. Questo è il risultato.


FRASE CULT: Scioglimi col cuore tutto il mio sudore in più.


2)  GLEZOS E GLI UFO - PIOGGIA VIOLA

Prince se n'è andato e non ritorna più. Spero si sia addormentato serenamente, senza aver mai ascoltato questa versione della sua Purple Rain, dedicata al tema della friend-zone.


Mi sento di suggerirvi anche quest'altra versione in cui il Piero Scamarcio della già citata serie "Il Polpo" (vedere episodio 17- Enza) aggiunge un tocco neomelodico:



FRASE CULT: Non volevo essere il tuo amante di finesettimana

1) CARLA BONI & FRIENDS - MATTONI NEL MURO

Ho pensato per giorni a come avrei potuto commentare questa versione di Another brick in the wall e ho deciso che nulla sarebbe stato opportuno. Godetevi la regina indiscussa di questa classifica.


FRASE CULT: Maestro lascia i bimbi in pace dopotutto siamo dei mattoni nel muro

domenica 5 giugno 2016

EPISODIO SPECIALE (1a PARTE) - COVER IMBARAZZANTI

In ogni blog di musica trash che si rispetti, DEVE esserci una parentesi dedicata al mondo delle traduzioni - fatte da interpreti italiani - di brani internazionali. Ovviamente la traduzione in sé è un'operazione assolutamente lecita: può essere un dignitoso omaggio ma anche uno strumento attraverso cui far interiorizzare agli italiani (un po' pigri) la musica d'oltralpe. Penso ad esempio a Pregherò di Celentano, che rievoca la Stand By Me di Ben E. King, o anche alla Mina di E' l'uomo per me, che coverizza He walks like a man, cantata in originale da Jody Miller, o ancora alla celebre A chi di Fausto Leali, nata da Hurt di Roy Hamilton. Recentemente De Gregori si è dedicato alla traduzione di alcuni brani di Bob Dylan; Mia Martini, da sempre fan dei Beatles, si lanciò in numerose traduzioni - alcune molto belle - dei loro pezzi, godendo in qualche caso anche della collaborazione di Franco Battiato; un'altra grande donna della musica, Caterina Caselli, si è sempre divertita a riproporre mitici brani della storia del rock mondiale. E potrei continuare a lungo: la musica italiana degli anni '50/'60/'70 ha spesso trafugato e riproposto con intelligenza ed entusiasmo dei brani stranieri, portando in Italia suggestioni Rock e Pop e contribuendo al miracolo del Beat e del Prog... ma bando alle ciance... non siamo mica qui per parlare di bella musica! Dicevo: non ho assolutamente nessun pregiudizio nei confronti delle traduzioni...ma qui ho raccolto per voi delle cose assolutamente raccapriccianti che potrebbero cambiarvi la vita per sempre. Ovviamente ce ne sarebbero tante da aggiungere alla lista, ma ho scelto di omettere le più conosciute e già abbastanza vituperate, come ad esempio l'approccio di Masini ai Metallica (l'iguana dei passi tuoi, il tuo inguine di viva orchidea dove annegano gli occhi miei e il tempo si ambigua - E chi se ne frega/Nothing else matters -), o quello di Vasco Rossi con i Radiohead o, ancora, Simone che prova a devastare (riuscendoci) i Guns n'Roses. Insomma, tra tante, ho scelto davvero il peggio: ecco la top ten.

10) LUCIANO LIGABUE - A CHE ORA è LA FINE DEL MONDO?

In decima posizione finisce il cantante della mia adolescenza: l'ho amato contro tutto e tutti quando cantava di Walter il Mago, gli ho giurato fedeltà eterna ai tempi di Quella che non sei o Baby è un mondo super...poi però ha copiato l'intro di Sweet Child o' Mine e ha tagliato i capelli. Nei primi anni '90 ci regala una cover di Is the end of the world dei R.E.M. Non si tratta di una cover pessima, infatti il testo rispetta l'atmosfera frenetica, cinica e apocalittica del brano originale...ma l'arrangiamento è a tratti imbarazzante!




FRASE CULT: I puttanieri ci diano dentro, che di là niente ciccia, niente.

9) GIANNI PETTENATI: COME UNA PIETRA CHE ROTOLA

Bob Dylan è stato spesso preso di mira dai nostri connazionali (da qui potrebbe derivare il termine dilaniato: fatto a brandelli). Se neppure il grande Luigi Tenco di La risposta è caduta nel vento riesce a rendergli giustizia, qui Gianni Pettenati (il tipo di bandiera gialla, per intenderci) esagera:



FRASE CULT: Come si sta/ a far la pietra che/ sta rotolando giù?

8) NICOLA DI BARI - DAMMI FUOCO

No, non è un'esortazione, né un consiglio...ma è il titolo dell'omaggio che Nicola di Bari fa ai The Doors... ricordatevi di questa canzone la prossima volta che leggete su facebook o sui diari degli adolescenti delle citazioni improbabili di Jim Morrison.



FRASE CULT: Dammi fuoco e brucerò/ dammi amore e ti amerò


7) LORENZO JOVANOTTI & LUCA CARBONI: O è NATALE TUTTI I GIORNI

Molti ragazzi della mia generazione hanno imparato a suonare la chitarra sulle note di More than words, bellissima ballad acustica degli Extreme. Era veramente difficile da rovinare, eppure due cantanti che io stimo molto, ci sono riusciti...trasformando una tenera dichiarazione d'amore in una Bologna innevata e natalizia.


FRASE CULT:  E intanto noi ci mangiamo i panettoni. Il giorno che è nato Cristo diventiamo più ciccioni.
(e se oltre al panettone, vi va un goccio di spumante, vi rimando all'Episodio 16 con la Gesù Crì di Nino d'Angelo, ndr).

6) WILMA DE ANGELIS - DIMMI DI SI

In pochi anni Lady Gaga ha sconvolto il panorama musicale con l'eccentrità e il gusto per la provocazione...tutte cose che, risaputamente, ha in comune con Wilma De Angelis (di cui io ricordo un programma di cucina). Questa sua esibizione sulle note di Bad Romance è stata - e a ragione - il fenomeno mediatico del 2011. Riviviamo insieme quei momenti magici:


FRASE CULT: Dimmi, dimmelo di si.

E questa è solo la prima metà della classifica...presto scaleremo le inquietanti vette. Eventuali segnalazioni, suggerimenti, commenti, insulti e bonifici sono ben accetti! To be continued.

domenica 8 maggio 2016

EPISODIO 17: ENZA - Gianni Ciardo

L'episodio che vi propongo oggi voglio dedicarlo a Sabrina: un'amica speciale che negli anni mi ha insegnato tantissime cose e alla quale devo l'incontro con questa canzone.Si tratta di un pezzo che è qui soltanto perché nel mondo della musica convenzionale non ha avuto il giusto spazio: secondo me è uno dei brani più belli della musica italiana contemporanea. Siamo nel 1993 e se Rai Uno trasmetteva La Piovra, la pugliese Telenorba proponeva Il Polpo: divertente satira di una fiction con i controcavoli (mica pizza, fichi o Il Segreto). Una delle sigle finali de Il Polpo era Enza.




L'autore è Gianni Ciardo, artista poliedrico (attore, cabarettista, musicista) che ha contribuito a dare lustro a quella magnifica regione che è la Puglia e che nella sit-com interpretava l'affascinante personaggio del Commissario Ciambotto. "Enza" può essere inserita nella tradizione del "planctus", ossia quel tipo di componimento poetico ispirato dal dolore per la perdita di una persona particolarmente importante. Armatevi di fazzoletti e ascoltatela:

E ora cerchiamo di analizzarla:

Ricordo quella sera quando che morì mia moglie
che mi lasciò da solo come la sposa di Ceglie
ero io col brigadiere Saragot e il mio dolore
lei si fece bianca bianca come un frabbicatore
il dottore disse "presto, questo è un caso disperato"
ma poi aggiunse "è proprio morta e se lo prende in faccia al naso"
perché era morta, era morta Enza.

Il lavoro dell'esegeta è un lavoro veramente duro. Se i poeti invocano il sostegno delle Muse, io non posso far altro che affidarmi alla mia curiosità e alla vasta cultura dei miei lettori che spero interverranno nei commenti.  In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte ad un testo che rivendica con orgoglio la sua origine pugliese: il quando che è un regionalismo che riesce, fin dall'inizio, a catapultarci nella semplice e devastante quotidianità del dolore. Anche il tema dell'abbandono viene reso con un'immagine particolarmente folklorica: si menziona, infatti, la "zita di Ceglie", sfortunata sposa di Ceglie del Campo abbandonata sull'altare in epoca fascista da un militare barese. (Gli appassionati di letteratura troveranno imbarazzanti connessioni tra La donna del tenente francese di John Fawles e la zita del militare barese, ma questa è un'altra storia). Se il riferimento al brigadiere Saragot è facilmente spiegabile (si tratta di un personaggio della sit-com), più difficile è, per una calabrisella come me, interpretare quel "frabbicatore": fonti abbastanza autorevoli (un video di adolescenti su youtube) mi suggeriscono che nel barese un frabbicatore sia un muratore o un imbianchino (Cosa che spiegherebbe la similitudine con il pallore dalla defunta), ma attendo indicazioni dagli amici frabbicatori. Questa descrizione ansiogena culmina con l'infausta notizia: siamo informati (o meglio, prendiamo in faccia al naso) della tragica morte di Enza.


Enza, che fine hai fatto?
Enza, perché sei morta?
Enza, sei fredda fredda,
Enza, su dammi adenza, Enza
Vincenza, per fare prima Enza.

L'anafora sul nome Enza contribuisce a creare l'atmosfera di angoscia che ci coglie quando ci rendiamo conto di quanto sia effimero il nostro passaggio sulla Terra. La morte ha privato Enza del suo calore vitale, le impedisce di dare "adenza", dunque di partecipare alle vicende di chi è ancora in vita. Risulta particolarmente struggente il coretto (Vincenza, per fare prima Enza) che ci dà ulteriori informazioni sulla defunta: il suo nome per esteso era Vincenza: il soprannome serviva a risparmiare tempo..ma nessuno poteva immaginare che il tempo non le sarebbe comunque bastato. 

Poi tutti quei parenti giunti per i funerali
svaligiarono le casse che c'avevo di Peroni
"se l'è chiamata Cristo" disse triste quel tuo zio
che se tocca un'altra birra adesso a lui lo chiamo io
il prete chiese a Dio di ospitarti nei suoi cieli
visto che quando eri in vita non ti volevano neanche i cani a te. Enza.

La struttura è quella di una serie di versi liberi collegati da una rima baciata, spesso imperfetta. Quasi a voler sottolineare il nostro umano tentativo di inserire la vita in degli schemi che continuano a sfuggirci.
L'atmosfera di lutto è esasperata attraverso il ricordo dei funerali, episodio devastante per i parenti della povera Enza che sono costretti a rifugiarsi nell'alcool. Il dolore lancinante, però, non annebbia l'acume del Commissario Ciambotto che, da buon tutore della legge, riesce ad accorgersi dell'eccessivo consumo di Peroni da parte di uno zio contrito ma non per questo astemio. Chiude la strofa un riferimento toccante alla misericordia di Dio che accoglie tutti, ma proprio tutti. 



Arrivasti al cimitero dove le vite son segnate
quella sala mortuaria ammnav vambate di cime di rape
il becchino diede al volo quattro colpi con la pala
ti mettemmo sotto terra perché eri una cozzala
ma poi tua madre, quell'ebrea,disse "mo vengo, un attimino"
e andò a fregare i fiori da quel morto tuo vicino
e rimasi con te solo, cercai un verso con la rima
io sto molto meglio mo, di com'è che stavo prima. Enza, Enza.



Il cimitero: luogo del dolore, amato da Foscolo e Pascoli, reso sacro dai cipressi e dalla memorabile scena di Frankenstein Junior assume qui una connotazione familiare, quotidiana: la sala mortuaria restituisce l'odore delle cime di rapa, così tipico nelle cucine pugliesi. Per Ciardo la morte è un evento tragico e quotidiano, che non trasfigura la realtà di una moglie tamarra (cozzala), né di una suocera tirchia e cinica. La morte, per l'angosciato vedovo, non è solo un dolore atroce, ma anche un profondo senso di vuoto che, tutto sommato, si può anche riempire.

lunedì 4 gennaio 2016

EPISODIO 16: GESU' CRI' - Nino D'Angelo

A Natale siamo tutti più buoni - Ricordatevene mentre leggete questo episodio, ndr - dunque la puntata che ho scelto per voi si sposa perfettamente con la calda atmosfera famigliare a base di pandoro e tombolate che si respira in questi giorni nelle case, ma è anche in linea (beata lei, ndr) con quegli ideali di Speranza e Umanità che accompagnano il Santo Natale e i buoni propositi per l'anno appena arrivato. Quando ho aperto questo blog mi ero ripromessa di non inserire brani in napoletano perché, mi sono detta, aprire le frontiere delle canzoni brutte ai Neo-melodici mi ricorda un po' la scena di Tre uomini e una gamba in cui Giovanni vince a braccio di ferro (scena epica, checché se ne dica), ma quando ho ascoltato Il Fragolone di Marco Marfè non potevo tirarmi indietro (Episodio 6) e anche stavolta non posso oppormi al destino.



Leggende metropolitane narrano che il caschetto d'oro fosse molto giovane quando decise di tradurre in lingua partenopea una canzone dei Beatles che amava tantissimo. (Che poi è anche una delle canzoni preferite da Amanda Knox....per la serie:coincidenze inquietanti!). Il testo non è presente in rete quindi mi affiderò al mio pessimo orecchio per la trascrizione e all'aiuto del buon Raffaele Avallone per la traduzione. Dunque fate scorta di fazzoletti e buon cuore e ascoltatela: 



Sta furnenn' u monn'  Sta finendo il mondo
e nisciunu po' fà nent' e nessuno può far niente
dacce tu na mano dacci tu una mano
Gesù Crì Gesù Cristo

Per quanto riguarda la prima frase mi sembra che la lingua napoletana (Patrimonio dell'Unesco, mica cotiche!) renda sinteticamente ma benissimo l'idea dei times of troubles della versione originale. A turbarmi semmai è la nota di rassegnazione (e nisciunu po' fà niente) che non ricordo nei Beatles ma che, a ben pensarci,si adatta benissimo al modus operandi di noi italiani. Quindi la accogliamo volentieri
Parraci d'a strat' Parlaci della strada
addu' a vita nunn'è chesta ccà dove la vita non è questa qua
Dacce n'atra luce Dacci un'altra luce
Gesù Crì Gesù Cristo
L'immagine della strada come metafora di un mondo malato e senza Dio è un patrimonio a cui hanno attinto scrittori e musicisti: dal mirabolante viaggio di Kerouac al Bob Dylan di Desolation Row, ma anche a molte canzoni di De Andrè ( Via del Campo, La Città vecchia). In barba a tutti quelli che hanno da sempre demonizzato (oltre al danno la beffa) questa cover, Nino d'Angelo ha avuto il merito di aggiungere questa sfaccettatura poetica a cui neanche Lennon aveva pensato.
Gesù Crì Gesù Crì       Gesù Cristo, Gesù Cristo
Gesù Crì Gesù Crì       Gesù Cristo, Gesù Cristo
Torna n'atra vota              Torna un'altra volta
Gesù Crì                     Gesù Cristo

Anche quello del ritorno è un topos fertile nella storia tradizione culturale: dal ritorno di Ulisse ad Itaca a quello di Edmond Dantes a Montecristo (Monte-Cristo: altra coincidenza sospetta!). Il ritorno spesso simboleggia un bisogno di Giustizia, una promessa di miglioramento. Purtroppo non sempre le promesse vengono mantenute (Il Marco della Pausini, ad esempio, non è mai tornato), ma il nostro Nino ci ricorda che dobbiamo continuare a sperare.

Dacc' n'ato sole          Dacci un altro sole
dint'o jorn' ca sta ppè venì         dentro il giorno che sta per venire
stappac' o spummant'            Stappaci lo spumante
Gesù Crì              Gesù Cristo



Qui abbiamo un'annosa questione da risolvere. Io mi rifiuto di credere che il nostro chieda davvero a Gesù di stappare una bottiglia. Cioè...ok che Cristo ha qualche precedente con il vino, ma quella del tappo di spumante che fa il botto non mi sembra un'immagine particolarmente biblica. Eppure gli affidabilissimi padiglioni auricolari dell'Avallone suggeriscono questa interpretazione. A voi tutti (partenopei o meno) chiederei di scrivere nei commenti qual è la vostra interpretazione...quindi ascoltate attentamente!

Salva sti criaturi           Salva questi bambini
a sti mamme         da queste mamme

stendime na mano        Stendimi una mano
e lassali accussì             e lasciali così

Gesù Crì                          Gesù Cristo
Anche in questa strofa c'è qualcosa di strano: perché Gesù dovrebbe salvare i bambini dalle mamme? Sarà una critica alle donne comuniste? sarà un vaticinio sulla Franzoni? Sarà la speranza di un bambino che voleva emanciparsi dai genitori? (ricordiamo che Nino era molto giovane ai tempi della traduzione...o almeno così si è giustificato negli anni per questa sua creazione). Forse queste domande resteranno senza risposta. O forse no...noi quel ritorno lo aspettiamo ancora!



lunedì 24 agosto 2015

EPISODIO 15: MEGLIO TARDA CHE MAI -Goliardico

E' vero: non aggiorno spessissimo questo blog e so che questo renderà particolarmente difficile il raggiungimento del mio obiettivo di vita ossia guadagnarmi il pane ascoltando musica e recensendo le canzoni brutte che mi capitano tra gli auricolari. Ogni tanto, però, sento il bisogno psicofisico di condividere con voi trashisti alcune cose, ed allora eccomi: meglio tarda che mai! No, non è un errore di battitura, nè un'ammissione anagrafica della sottoscritta e neanche una storpiatura inconsapevole del noto e saggio adagio...è il titolo del pezzo a cui dedico questo 15esimo episodio, brano segnalatomi direttamente dal geniale autore Francesco Venturini, in arte Goliardico di cui vi consiglio il sito invitandovi ad approfondire testi quali "S'alsa" e "Siamo tutti maiali" veri e propri manifesti poetici della nostra epoca.




Intanto ascoltiamo "Meglio tarda che mai":



E ora analisi del testo:
Un bel giorno la voglio trovare
quella che mi fa battere il cuore
ma per ora va bene lo stesso
anche quella da una botta e via, di sesso
con gli amici la sera a ballare
in missione: si va a rimorchiare
mai una volta tornassero i piani
risultato: sempre soli come cani



Si parte con una riflessione sociologico-esistenziale: il mondo moderno ha abbandonato i valori di una volta e noi siamo sempre più inquinati dalla filosofia dell'usa&getta, del cotto&mangiato, della botta&via et simila e questo vale sia nello sfrenato consumismo delle merci che, purtroppo, nei sentimenti. Non ce la sentiamo più di investire emotivamente nelle nostre relazioni ed ecco che infarciamo la rubrica di numeri di trombamiche, mettiamo "mipiace" strategici sulle foto di ragazze seminude su facebook, andiamo a limonare selvaggiamente con una sconosciuta in discoteca. Purtroppo però non sempre i nostri progetti di una serata piccante vanno a buon fine ed in quel caso o ci si ferma a guardare una stella come faceva Dalla in Disperato Erotico Stomp oppure, meno poeticamente, ci si mette davanti al pc.


Meglio tarda che mai
meglio tarda che mai
gallina vecchia fa buon brodo
da troppo tempo non batto chiodo
meglio tarda che mai
meglio tarda che mai
se è un po' cadente va bè, pazienza,
compensa bene con l'esperienza


Ma il nostro geniale autore ci propone una valida alternativa. D'altronde lo diceva anche Ligabue che "chi s'accontenta gode...così così", ma bisogna essere disposti ad andare oltre i canoni di bellezza proposti dai media e magari anche dalla legge. In molti casi basta infatti ricordarsi che l'avvenenza è relativa e che se non risultiamo particolarmente attraenti per le nostre coetanee, la situazione potrebbe capovolgersi se le nostre avances si rivolgono a donne più adulte. Questa verità assoluta è incasellata in un settenario (meglio tarda che mai, appunto) contornato da perle di saggezza popolare :"gallina vecchia fa buon brodo" e "compensa bene con l'esperienza" . Aggiungerei a titolo di riflessione che, per restare in tema di massime,  si dice "moglie e buoi dei paesi tuoi" ma nessuno ha mai aggiunto "degli anni tuoi".

Tu ribatti: ma come, ma è un cesso
io non scenderò mai così in basso
fossi in te mi vergognerei tanto
vai con quella e te ne fai perfino un vanto
guarda amico, sarà pure vero
ma neanche ce l'avessero d'oro
se la tirano giovani e belle
e così che resteranno poi zitelle


Certo il rischio è che probabilmente vi ritroverete a che fare con piccoli inestetismi correlati all'età (qualche ruga, dentiere, vene varicose ecc) ma d'altra parte non è certo colpa vostra e neanche loro. Anche gli Squallor, nel pieno della loro riflessione sulla caducità della vita, cantavano "Ma 'o tiempo se ne va, dimane nun s' sa s'a mazza m' s'arrizza si nun t' car 'a zizza nun s' sa" (traduzione libera: il tempo fugge e il domani è incerto: non possiamo sperare che la mia virilità duri ancora a lungo e che il tuo seno continui a sfidare la gravità). Il nostro Goliardico ribadisce il concetto che bisogna godere delle proprie pulsioni finché la primavera della nostra vita ce lo consente anche a costo di soprassedere sul fatto che quando erano giovani loro c'erano ancora le mezze stagioni e i treni arrivavano in orario.


Mi sono messo il più bel vestito
stasera sento è la volta buona
tirato a lucido profumato
maschio latino che non perdona
puoi anche darmi dell'allupato
se vuoi fai pure, chi se ne frega
vedremo dopo chi è lo sfigato
chi di noi due si farà una...



Questa strofa carica dell'eccitazione dei preparativi per una serata intensa fa pensare alla tenerezza con cui Max Pezzali sistemava i suoi ambre-magique nella macchina che avrebbe ospitato Sabrina Salerno anche se nel caso di Goliardico è più probabile che si tratti di donne coetanee della Berti o della Laurito (donne incantevoli, tra l'altro). Comunque, come sottolinea il nostro amico, erede del Giannini di Sesso Matto, criticare non serve...soprattutto se si disprezzano queste bellezze d'annata per poi passare la notte tentando la fortuna su chatroulette.

domenica 10 maggio 2015

Episodio 14: TU CON LA MIA AMICA - Maria Grazia Impero

Sanremo è Sanremo, c'è poco da fare. Io lo guardo ogni anno e ogni anno seguo anche tutte le critiche e i pettegolezzi ad esso connesso, un po' perché credo che sia uno spaccato interessante del nostro Paese e un po' perché a febbraio non si ha molto altro da fare. Quello che ho notato in questi anni è che l'unica costante nelle edizioni degli ultimi 15 anni è la seguente critica: "EH MA NON DATE ABBASTANZA SPAZIO AI GIOVANI"...bene, è giunto il momento di difendere a spada tratta i vari direttori artistici della kermesse e lo faccio con un esempio folgorante.


 Edizione 1993, un pimpante Pippo Baudo dava molto spazio ai giovani, e sul palco dell'Ariston appariva lei, Maria Grazia Impero: animo rock, vestiti alla Jhon Wayne e movimenti alla Bruce Lee che balla il boogie-woogie, che gareggia con un testo scritto da Enrico Riccardi (autore - per Loredana Berté - di frasi del calibro di "non so il tuo nome ma è lo stesso/ti chiamo S.E.S.S.O" nel1974). Pensate che questo brano parve troppo anche alla sfrontata Loredana ma il suo autore non si arrese al rifiuto e aspettò pazientemente per vent'anni sognando un riscatto per la sua creatura. Beccatevela:


Se siete riusciti a guardare il video e a non avere crisi epilettiche o danni permanenti al sistema nervoso, mettetevi alla prova e leggete anche il testo:

Salto sul ciclomotore 
Per dirti non sei più il mio amore 
Calci sopra la porta 
Per dirti che io no, non sono morta 
Voglio sentirti guaire come un cane 
Che ha fame, che ha fame 

Si sa, donne e motori sono da sempre un'accoppiata pericolosa. Soprattutto se la donna in questione ha un movimento d'anca da far invidia ad Elvis e la grazia di Chuck Norris. Si sa anche che le relazioni spesso sono complicate e ci sono momenti in cui a portare avanti un litigio non bastano le parole, ma ci vogliono i calci sopra le porte. Di donne violente è piena la canzone italiana: dalla Pavone che dava una simpatica martellata in testa alla ragazza di J-Ax che c'ho fatto la lotta, ho una costola rotta, ma lei è qualcosa in più: lei è sadismo allo stato puro. Voglio sentirti guaire come un cane farebbe venire i brividi a Darth Vader.

Sento una morsa bestiale 
Io devo dirti sei un animale 
Tu non puoi chiudermi in gabbia 
Urlarti devo tutta la mia rabbia 
Guardami in faccia non sono una madonna 
Sono donna, hey sono donna 

La rabbia della donna assume connotazioni zoomorfe (il cane della strofa precedente, ma anche bestiale, animale, gabbia, rabbia) tutte in posizione rimica. L'autore dunque, insiste su questo paragone, quasi a volerci dire che il tradire la fiducia del partner in una relazione porta ad una disumanizzazione del fedifrago il che rappresenta un passo ulteriore rispetto alle posizioni di Jo Chiarello in Che brutto affare (Episodio 1) che si limitava a relegare il fidanzato birichino da super-man a man.

Tu con la mia amica 
La migliore amica mia, no, no 
Tu con la mia amica 
La migliore amica mia, no, no 
Lasciala stare 
Non la toccare e vieni qui, hey vieni qui
L'efferata rabbia della nostra Maria Grazia si spiega dal momento che il tradimento è duplice: come enunciato dal titolo sul traditore pesa l'aggravante "migliore amica di lei" il che rende automatica la solidarietà femminile con la povera ragazza, improvvisamente riusciamo a perdonarle l'ugola alla Ligabue degli esordi e capiamo persino il frenetico balletto che richiama alla menta le indimenticabili scene di Kill Bill Vs gli 88 folli o i peggiori video di zumba del nostro millennio.

Hula hula hoop, hula hula hoop 
Guardami 
Hula hula ho op, hula hula ho op 
Sentimi 
Hula hula ho op, hula hula ho op 
Pentiti 
Hula hula ho op, hula hula ho op 
Chiamami 

Ok, la musica italiana e internazionale ci ha da sempre propinato motivetti senza alcun senso, basti pensare al "trottolino amoroso du du da da da" di Minghi/Mietta, o ai damdadiamda di Irene Grandi o dei vari uakadì uakadù o wacciu wari wari...ma qui si esagera. Cioè... va bene il trash, va bene tutto...ma qui mi avvalgo del diritto di non commentare.

Io non so darmi più pace 
Le mani come artigli di un rapace 
Voglio graffiarti nei fianchi 
Bastardo come ce ne sono tanti 
Non mi chiamare angelo bruno 
Io non fumo, lo sai non fumo 

Questa strofa dovrebbe entrare nelle Antologie per le scuole: ha in sè assolutamente tutto e anche qualcosa in più: abbiamo l'attingere al lessico animale che abbiamo già spiegato (rapace); abbiamo la violenza fisica (graffiarti nei fianchi) e psicologica (la rima imperfetta fianchi/tanti); abbiamo la sottile critica all'universo maschile (bastardo come ce ne sono tanti), abbiamo l'intromissione nella vita di coppia con tanto di soprannomi dolci (angelo bruno) ma soprattutto abbiamo anche un interessantissimo dettaglio inerente alla condizione dell'apparato respiratorio della Impero. 
In conclusione mi sembra di ricavare da quest'ennesima esternazione della sofferenza umana, che le paturnie amorose possono essere davvero atroci. Purtroppo non ci resta che rassegnarci al fatto "che non si muore per amore è una gran bella verità" ma il problema nasce quando i superstiti si danno all'hula hula ho op!!!